Telepatia: cosa dice davvero la scienza dopo un secolo di esperimenti

Illustrazione di due profili umani stilizzati con simboli geometrici luminosi sospesi tra loro, a rappresentare gli esperimenti scientifici sulla telepatia

Che la mente possa comunicare con un’altra mente senza passare per i cinque sensi è una delle idee più antiche e più ostinate della cultura umana. Da quasi un secolo, un piccolo drappello di ricercatori ha provato a trasformarla in un’ipotesi verificabile in laboratorio. Il risultato, dopo decine di migliaia di esperimenti, resta lo stesso: nessuna prova convincente, ma nemmeno un silenzio definitivo.

Le carte Zener e la nascita della parapsicologia sperimentale

La svolta “scientifica” nello studio della telepatia arriva negli anni Trenta del Novecento, quando lo psicologo statunitense J.B. Rhine fonda il laboratorio di parapsicologia della Duke University, nella Carolina del Nord. È qui che nascono le celebri carte Zener, il mazzo di cinque simboli geometrici — cerchio, croce, onde, quadrato, stella — usato per testare in modo statistico la capacità di un soggetto di “indovinare” ciò che un altro sta osservando in una stanza diversa. L’idea era semplice: se le risposte corrette superano in modo significativo quelle attese per puro caso, qualcosa richiede una spiegazione. Da allora, quel protocollo di base è stato riprodotto, modificato e discusso migliaia di volte.

Da Edimburgo ai laboratori di oggi

Per quindici anni l’Università di Edimburgo ha ospitato l’unica cattedra universitaria al mondo dedicata interamente alla parapsicologia, la Koestler Chair, guidata dallo psicologo Robert L. Morris. Nel corso degli anni Duemila, in un’intervista al New Scientist, Morris si dichiarò convinto che prima o poi la comunità scientifica avrebbe dovuto fare i conti con qualche forma di percezione extrasensoriale. Altri ricercatori hanno esplorato varianti dell’esperimento originale: negli anni Sessanta lo psicologo Charles Tart, dell’Istituto di Scienza Noetica, mise un soggetto in una camera di deprivazione sensoriale collegata a sensori per onde cerebrali, resistenza cutanea e battito cardiaco, cercando correlazioni misurabili con un secondo soggetto in un’altra stanza. Il campo, insomma, non si è mai fermato — anche se i suoi risultati più promettenti non hanno mai smesso di sgretolarsi a un esame più attento.

Perché la scienza “ufficiale” resta scettica

La posizione della comunità scientifica e accademica internazionale, oggi, è pressoché unanime: la parapsicologia viene classificata come pseudoscienza, non tanto per pregiudizio quanto per l’assenza, in oltre un secolo di ricerche, di una prova oggettivamente replicabile in condizioni controllate. Le critiche si concentrano su due fronti. Il primo riguarda il metodo: molti degli esperimenti storici presentano problemi di protocollo — condizioni di isolamento imperfette, possibilità di segnali involontari, selezione post hoc dei dati “migliori” — che rendono i risultati positivi difficili da distinguere da un semplice errore statistico. Il secondo riguarda la replicabilità: quando gli stessi esperimenti vengono condotti da laboratori indipendenti, con protocolli più rigorosi, gli effetti tendono sistematicamente a ridursi fino a scomparire. È lo stesso schema che si osserva in molte altre discipline ai confini della scienza: un risultato iniziale sorprendente, un’ondata di entusiasmo, e poi un lento ritorno al rumore di fondo quando aumentano i controlli.

Un campo che non chiude, ma non convince

Nonostante lo scetticismo istituzionale, la ricerca non si è mai fermata del tutto: istituzioni come l’Institute of Noetic Sciences continuano a finanziare studi, e diversi atenei britannici — da Northampton a Liverpool Hope — ospitano tuttora piccoli laboratori dedicati al tema, spesso all’interno di dipartimenti di psicologia più ampi, che studiano le credenze paranormali come fenomeno psicologico a sé, indipendentemente dalla loro fondatezza. È forse questa la lezione più solida che un secolo di esperimenti sulla telepatia ha lasciato in eredità: non una prova del fenomeno, ma una mappa dettagliata di come funziona — e di quanto spesso s’inganna — la mente umana quando cerca un significato nel rumore.

Condividi

Comments

No comments yet. Why don’t you start the discussion?

Lascia un commento