La “seconda Sfinge”: cosa c’è davvero dietro la controversa scoperta a Giza

Illustrazione della Sfinge e delle piramidi di Giza con una struttura sotterranea fantasma illuminata da una griglia radar, a rappresentare la controversa scoperta

Una città sotterranea grande dieci volte le piramidi, pozzi verticali profondi 648 metri, camere sconosciute collegate da scale a chiocciola. Sono le affermazioni che, tra il 2025 e i primi mesi del 2026, hanno riacceso l’eterno fascino per i misteri della piana di Giza. Ma dietro i titoli sensazionalistici si nasconde una vicenda che dice più sulla differenza tra scienza e pseudoscienza che sull’antico Egitto.

Lo studio e le sue affermazioni

Al centro della vicenda c’è un team guidato da Corrado Malanga, ex ricercatore di chimica organica dell’Università di Pisa, insieme a Filippo Biondi, ricercatore associato all’Università di Strathclyde, e ai collaboratori Armando Mei e Nicole Ciccolo. Il gruppo sostiene di aver individuato, tramite tecnologia radar SAR (Synthetic Aperture Radar) applicata a dati satellitari, enormi strutture artificiali sotto la piramide di Chefren: cinque camere sconosciute, otto pozzi cilindrici cavi con percorsi elicoidali discendenti, che si spingerebbero fino a 648 metri di profondità e terminerebbero in due cubi di 80 metri di lato. Alcuni sostenitori della teoria sono arrivati a ipotizzare che vi si trovi la leggendaria Sala dei Registri, la biblioteca perduta della storia egizia che la tradizione esoterica colloca sotto la Sfinge.

Il problema: niente peer review, niente conferenze accademiche

Le affermazioni sono state presentate il 15 marzo 2025 in una conferenza stampa, non in una pubblicazione scientifica sottoposta a revisione paritaria. Il progetto di ricerca, riportano diverse verifiche giornalistiche indipendenti, non risulta esistere in alcun ambiente accademico riconosciuto al di fuori delle pubblicazioni dello stesso gruppo. La base teorica risale a uno studio del 2022 pubblicato sulla rivista Remote Sensing, firmato da Biondi e Malanga, che descriveva una tecnica di elaborazione radar applicata a dati del satellite italiano COSMO-SkyMed per produrre quella che gli autori hanno definito una “tomografia interna” della Grande Piramide.

Cosa dicono gli esperti indipendenti

Il verdetto della comunità scientifica è stato netto. Il professor Lawrence Conyers, esperto di georadar all’Università di Denver, ha espresso forte scetticismo sulla capacità della tecnologia SAR di rilevare strutture a profondità superiori ai 650 metri, definendo l’idea di una vasta città sotterranea “un’esagerazione priva di fondamento scientifico”. Un’analisi critica pubblicata dal ricercatore Luigi Litti ha sottolineato come attribuire a un radar satellitare la capacità di rilevare “fononi” — le vibrazioni elementari della materia, richiamate dal gruppo di ricerca per giustificare il metodo — equivalga a sostenere che un microfono possa fotografare la luce. Anche la scelta terminologica del team, che si riferisce alla Grande Piramide con il nome “Khnum-Khufu” anziché quello riconosciuto dagli egittologi, “Akhet Khufu”, ha sollevato dubbi sulla effettiva preparazione egittologica dei ricercatori coinvolti.

Un caso di scuola

Non aiuta, in termini di credibilità, il fatto che Corrado Malanga sia da anni una figura nota negli ambienti dell’ufologia italiana, sostenitore di teorie controverse come quella dei rapimenti alieni. Il portale di debunking Geopop e la testata Open hanno entrambi pubblicato analisi dettagliate che smontano punto per punto le affermazioni del gruppo, evidenziando l’assenza di qualunque conferma indipendente. Resta, sullo sfondo, un principio che vale ben oltre l’archeologia: una scoperta straordinaria richiede prove straordinarie — non una conferenza stampa, per quanto suggestiva, un radar satellitare non verificato in modo indipendente, e una manciata di numeri impossibili da controllare senza scavare davvero. Finché quello scavo non avverrà, la “seconda Sfinge” resterà esattamente dove si trova oggi: nell’immaginazione.

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