Filmata a 9.000 metri di profondità una creatura che la scienza non riesce a classificare

Creatura marina sconosciuta negli abissi oceanici

A quasi 9.000 metri di profondità, nell’oscurità totale delle fosse oceaniche al largo del Giappone, una telecamera ha ripreso qualcosa che nessuno scienziato al mondo è finora riuscito a identificare. Un piccolo animale marino biancastro, dal corpo simile a quello di una lumaca o di un cetriolo di mare, che si muoveva lentamente nel buio più assoluto degli abissi. Gli esperti di tutto il mondo che hanno esaminato le immagini sono arrivati tutti alla stessa, sorprendente conclusione: nessuno sa cosa sia.

Un animale “di posizione incerta”

La scienza ha una formula precisa per ammettere questo tipo di ignoranza: “Animalia incerta sedis”, letteralmente “animale di posizione incerta”. È la classificazione provvisoria assegnata alla creatura, catalogata così perché le sue caratteristiche morfologiche non corrispondono a nessuna specie nota alla scienza, e i ricercatori non dispongono ancora di elementi sufficienti per collocarla con certezza all’interno dell’albero della vita.

Dove è stata scoperta

L’avvistamento è avvenuto nelle fosse oceaniche di Ryūkyū e di Izu-Ogasawara, al largo delle coste giapponesi, durante una spedizione scientifica che ha combinato l’uso di sommergibili con equipaggio umano e lander dotati di esche a caduta libera, pensati specificamente per attirare e filmare le creature che si nutrono di carcasse negli abissi più profondi e inospitali del pianeta. Secondo quanto riportato dai ricercatori, questa combinazione di tecniche ha permesso di realizzare la base di riferimento visiva più completa finora disponibile per la megafauna delle zone abissali e adali di quest’area oceanica.

Non è l’unica scoperta sorprendente

La stessa spedizione ha portato alla luce anche altre creature straordinarie: spugne carnivore capaci di catturare piccole prede negli abissi, il pesce che detiene il record di profondità mai documentato per un pesce, e un esemplare “gigante” di Alicella gigantea, un enorme crostaceo anfipode che può raggiungere dimensioni ben superiori a quelle dei suoi parenti più superficiali, un fenomeno noto come “gigantismo abissale” ancora non del tutto compreso dalla scienza.

Perché conosciamo così poco degli abissi

Gli oceani coprono circa il 71% della superficie terrestre e costituiscono circa il 99,5% dello spazio abitabile del nostro pianeta, eppure restano in gran parte inesplorati. Secondo alcune stime di oceanografi esperti, se paragonassimo gli oceani terrestri all’isola di Manhattan, l’umanità avrebbe finora esplorato appena l’equivalente di un isolato, e solo al livello del primo piano di un edificio ben più alto. Delle circa due milioni di specie marine stimate esistenti, meno di 250.000 sono state finora catalogate e descritte scientificamente.

Una corsa contro il tempo

Descrivere e catalogare nuove specie non è solo un esercizio di curiosità scientifica: è un compito sempre più urgente, considerando la prospettiva sempre più concreta dell’estrazione mineraria commerciale in acque profonde e gli effetti del cambiamento climatico sull’acidificazione e il riscaldamento degli oceani, fenomeni che minacciano ecosistemi che l’umanità non ha ancora nemmeno finito di conoscere e documentare completamente.

Grazie a tecnologie sempre più sofisticate, dai robot sottomarini alle tecniche di analisi genetica avanzata, gli scienziati si stanno avvicinando più che mai alla scoperta di questi mondi sconosciuti. Ma casi come quello della misteriosa creatura di Ryūkyū ci ricordano quanto, letteralmente sotto la superficie dell’oceano che ricopre il nostro pianeta, resti ancora un universo praticamente sconosciuto, popolato da forme di vita che sfidano ogni nostra attuale categoria scientifica.

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